Doctrina
Título:Dal codice alle linee guida: Il percorso della digitalizzazione documentale in Italia
Autor:Cafiero, Francesca - Lisi, Andrea
País:
Italia
Publicación:Revista de Ciencia de la Legislación - Número 12 - Octubre 2022
Fecha:22-09-2022 Cita:IJ-MMMDLXVI-153
Índice Voces
1. Premesse
2. Struttura del Codice amministrazione digitale
3. Un’analisi dei contenuti più significativi del Codice dell’amministrazione digitale
4. L’evoluzione della normativa: le Linee Guida AgID
5. Il segreto dei documenti è racchiuso nella “consegna”
6. Documenti informatici e firme
7. Le tre età del documento sono racchiuse nei metadati
8. Cosa vuol dire (veramente) applicare le Linee Guida
9. La vera rivoluzione contenuta nelle Linee Guida è fuori dalle Linee Guida
10. Arrivano le sanzioni: il ruolo di AgID
11. Conclusioni
Notas

Dal codice alle linee guida:

Il percorso della digitalizzazione documentale in Italia

Di Francesca Cafiero[1]
Andrea Lisi[2]

1. Premesse [arriba] 

La digitalizzazione italiana ha inizio da una scelta fondamentale: l’adozione di un “Codice”, il Codice dell’amministrazione digitale istituito con il decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82[3].

Originariamente codex significava “libro compatto cucito sul dorso contenente materiale giuridico”.

La legge per antonomasia è dunque il codice, definito da Tarello[4] “un libro di regole giuridiche organizzate secondo un sistema (un ordine) e caratterizzate dall’unità di materia, vigente per tutta l’estensione geografica dell’area di unità politica (per tutto lo Stato), rivolto a tutti i sudditi o soggetti all’autorità politica statale, da questa autorità voluto e pubblicato, abrogante tutto il diritto precedente sulla materia da esso disciplinata e perciò non integrabile con materiali giuridici previgenti, e destinato a durare a lungo”.

E dunque non poteva che essere un “testo unico” che riunisce e organizza le norme riguardanti i diritti di cittadinanza digitale (ma non solo) il riferimento per guidare la trasformazione della Pubblica Amministrazione. Considerandone la natura, l’attuale Codice meriterebbe di essere piuttosto semplificato e ridotto al massimo a una decina di articoli; invece, nel tempo si è tramutato in un coacervo di buoni principi, regole tecniche e “disquisizioni metafisiche” su strategie che cambiano ogni anno.

Il Legislatore ha provato a disciplinare in un unico sistema normativo sia ambiti pubblicistici sia privatistici nel contesto digitale, spesso complicando inutilmente processi che ben avrebbero potuto essere semplificati e svilendo alcuni indispensabili presidi di garanzia per l’integrità, la sicurezza e l’imputabilità giuridica, che invece dovrebbero caratterizzare i documenti amministrativi che entrano a far parte dell’archivio di una PA (alla cui certezza giuridica – è giusto ricordarlo – è attribuito il valore di fede pubblica).

2. Struttura del Codice amministrazione digitale [arriba] 

Evidenziamo, quindi, che una delle caratteristiche che dovrebbe avere un Codice è quella della sistematicità. Ci si aspetterebbe, cioè, di sfogliare il CAD allo stesso modo in cui si sfoglia qualunque altro Codice, sperando di avere a che fare con un quadro normativo di riferimento omogeneo ed armonioso. Ma si tratta di un’aspettativa che è stata presto disattesa. Con il CAD siamo invece in presenza di un complesso di disposizioni – decisamente poco votate alla chiarezza, alla stabilità e al perdurare nel tempo – caratterizzate, inoltre, da un’applicabilità a volte limitata.

Possiamo di fatto affermare che il Codice – forse proprio per la sua attinenza con una materia tanto variegata – è stato da sempre considerato alla stregua di un sistema informativo, da sottoporre a periodiche “patch” per renderlo più usabile e sicuro. In tali interventi normativi si è spesso modificato l’assetto formale e probatorio di documenti informatici e firme, oltre che di tutte le principali questioni relative alla digitalizzazione documentale (dalla generazione delle copie/duplicati informatici alla conservazione digitale dei documenti sino alla stessa natura e struttura delle regole tecniche previste nell’art. 71).

In ogni caso, il Codice, pur nella sua imperfezione, complessità, scarsa sistematicità e incompiutezza, resta un formidabile corpus normativo che potrebbe garantire al cittadino una rivoluzione in termini di rapporto trasparente con la PA in chiave digitale. Il problema è che non sempre c’è reale consapevolezza su questo e soprattutto sul fatto che la chiave di volta per arrivare a una PA digitale non è la tecnologia da sviluppare.

3. Un’analisi dei contenuti più significativi del Codice dell’amministrazione digitale [arriba] 

Forse l’aspetto più significativo del CAD è l’introduzione nel nostro ordinamento di un nutrito elenco di diritti in capo a cittadini e imprese (purtroppo non sempre disposti in modo ordinato ed efficace). L’agere amministrativo in chiave digitale andrebbe sviluppato secondo il CAD come specifica concretizzazione da parte della PA di tali diritti e non come riedizione più digitale della precedente burocrazia analogica. Qui di seguito i principali diritti di cui dispone il cittadino in seguito all’entrata in vigore del CAD:

- diritto alla propria identità digitale

- diritto a comunicare e partecipare digitalmente

- diritto al proprio domicilio digitale

- diritto a servizi on-line semplici e integrati

- diritto ad effettuare pagamenti elettronici nei rapporti con la PA

- diritto alla alfabetizzazione informatica

- diritto a non esibire certificati alla PA

- diritto alla trasparenza amministrativa digitale

- diritto alla protezione dei propri dati digitali

- diritto all’accessibilità e usabilità

Volendo andare ad analizzare i principali contenuti del Codice dell’amministrazione digitale e delle nuove Linee guida AgID su formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici, occorre sicuramente soffermarsi su:

- le esigenze di gestione e controllo di dati, informazioni e documenti per organizzazioni pubbliche e private;

- identità e strumenti di identificazione nel contesto digitale;

- documenti informatici e firme elettroniche nel quadro normativo attuale: nozione ed evoluzione normativa.

4. L’evoluzione della normativa: le Linee Guida AgID [arriba] 

Il 1° gennaio 2022 sono (finalmente) divenute definitivamente efficaci le Linee Guida AgID sulla formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici[5], come previsto nella proroga inserita nella determinazione n. 371/2021 del 17 maggio 2021. Le Linee Guida che, come sappiamo, si attendevano da tempo hanno avuto una sofferta e complessa gestazione, per poi essere pubblicate (in modo non proprio impeccabile) con la determinazione n. 407/2020 del 9 settembre 2020[6].

Le nuove Linee Guida AgID, le quali assorbono l’intera regolamentazione tecnica della formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici, andando ad abrogare (con alcune eccezioni previste nel paragrafo 1.4 delle stesse) le regole tecniche precedentemente in vigore (e contenute nei DPCM del 13 novembre 2014 e del 3 dicembre 2013).

Nonostante l’ampio sforzo profuso da AgID nel semplificare la materia, ricondurla in un unico documento sistematico e di pratica lettura, l’argomento rimane complesso e delicato e genera accesi confronti e diverse preoccupazioni tra chi ha esperienza in materia. In ogni caso, le Linee Guida rappresentano una semplice e importante evoluzione della normativa settoriale, al loro interno è condensata l’organizzazione necessaria per affrontare quel processo di trasformazione digitale delineato nel CAD - Codice dell’Amministrazione Digitale (decreto legislativo 82/2005) e nel TUDA - Testo Unico sulla Documentazione Amministrativa (DPR 445/2000). Esse, pertanto, costituiscono il necessario presupposto per ogni azione amministrativa in ottica digitale.

Senza queste regole non si può efficacemente sviluppare, ad esempio, un sito web amministrativo istituzionale in grado di garantire servizi on line a cittadini, imprese e professionisti e non si possono raggiungere gli obiettivi di semplificazione, imparzialità, partecipazione, né perseguire quei principi di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza che devono caratterizzare l’agere amministrativo (già previsti dalla legge 241/1990) e, infine, senza la loro attenta applicazione non si può garantire la fede pubblica in ambiente digitale[7].

5. Il segreto dei documenti è racchiuso nella “consegna” [arriba] 

Le definizioni utilizzate per il documento informatico (e per le stesse firme apposte su un documento di natura digitale) sono cambiate nel tempo e con esse il concetto stesso che le accompagna. Si utilizzano tutt’ora terminologie differenti per definire i documenti in ambito giuridico (dove ci sono già differenze di approccio tra ambito civile, penale e amministrativo), diplomatistico e archivistico. Le stesse attuali definizioni normative di documento informatico e documento digitale andrebbero messe in discussione, cercando di favorire un approccio che ricomprenda anche una valutazione terminologica di base sui concetti di dato, informazione e documento, spesso utilizzati impropriamente dal legislatore, anche come sinonimi intercambiabili”.

La situazione oggi non è mutata, anzi, forse la confusione è maggiore sui termini (documento informatico, documento digitale, dati e metadati, firme elettroniche e digitali, fascicoli informatici) ed è attribuibile, comunque, non tanto alla regolamentazione tecnica portata avanti da AgID, quanto piuttosto alla difficile e a volte frettolosa opera di sistematizzazione tra normativa italiana ed europea.

Se “prima” i documenti cartacei dovevano essere necessariamente firmati e sottoscritti, ora i documenti informatici sono formati e trasmessi attraverso partner fidati come previsto dal Regolamento eIDAS (Reg. 910/2014/UE) che si occupa di identificazione elettronica e servizi fiduciari. Viene sancito, dunque, un’ulteriore evoluzione, un passaggio fondamentale: dal “segnare” al “consegnare” un documento (informatico). Il partner fidato, che garantisce certi processi informatici o eroga “servizi fiduciari” è il soggetto che – previa verifica di affidabilità da parte delle autorità competenti nel caso in cui siano soggetti “qualificati” – concorre alla formazione, gestione, firma, trasmissione, conservazione dei documenti informatici. Proprio in questa prospettiva, in effetti, le firme elettroniche “non firmano” (o meglio non sottoscrivono), ossia non sono apposte “sul documento” per attribuirne l’imputabilità giuridica, bensì sono associate a quel contenuto giuridicamente rilevante, “validando” processi digitali: esse, cioè, attribuiscono quel contenuto – con un diverso valore giuridico e probatorio in base alla sicurezza e all’affidabilità del processo – a un determinato soggetto dell’ordinamento.

6. Documenti informatici e firme [arriba] 

Nel CAD ritroviamo la seguente definizione di documento informatico: “documento elettronico[8] che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti” (art. 1, comma 1, lett. p) che si contrappone a quella di documento analogico, definito come documento non informatico (art. 1, comma 1, lett. p-bis). In base all’art. 20 del CAD, il documento informatico soddisfa il requisito della forma scritta (acquisendo anche il valore probatorio di cui all’art. 2702 Cod. civ., ossia della scrittura privata) quando vi è apposta una firma digitale, altro tipo di firma elettronica qualificata o una firma elettronica avanzata o, comunque, è formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’AgID con modalità tali da garantire sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore[9].

La formulazione dell’art. 20 del CAD, comunque, ricomprende la validità giuridica anche per il documento informatico che in generale rispecchi i requisiti di sicurezza, integrità e immodificabilità e a cui sia apposta una qualunque firma elettronica, anche una firma elettronica semplice (purché, appunto, la riconducibilità all’autore sia “manifesta e inequivoca”).

Le disposizioni dell’art. 20 del CAD risultano, quindi, in linea con l’attuale concezione di documento informatico e con quella di documento elettronico, prevista dal Regolamento eIDAS (Reg. 910/2014/UE). In tal senso, documento informatico è il “contenuto” che si dovrebbe adattare a molti “contenitori” per essere formato, gestito e conservato, e che può avere, infatti, molti formati, molte firme, può essere oggetto di molti strumenti di trasmissione, ma ne devono essere comunque garantite la sicurezza, l’immodificabilità e l’integrità. Nello specifico, dunque, il documento non deve essere necessariamente scritto o redatto sotto forma di un testo, bensì può essere costituito da un qualsiasi flusso di dati in forma elettronica: l’importante è che tale contenuto sia stored, cioè reso statico e preservato nella sua integrità nel tempo.

7. Le tre età del documento sono racchiuse nei metadati [arriba] 

A nostro avviso si dovrebbe portare l’interprete a individuare concettualmente ben tre processi di metadatazione, da ricondurre alle rispettive fasi di vita del ciclo documentale. Proviamo ad immaginare la sezione del tronco di un albero: così come ogni cerchio rappresenta un ciclo vegetativo, allo stesso modo dovremmo essere in grado di dedurre dal corredo dei metadati di un documento il suo ciclo vitale e le fasi che ha attraversato. Ogni “età” del documento dovrebbe pertanto poter vantare dei metadati propri, la cui funzione risulta congeniale allo stato della sua maturazione.

Ecco che i metadati obbligatori propri della fase di formazione dovrebbero più che altro essere considerati delle “proprietà” del documento, in grado di assicurare l’autenticità allo stesso, indispensabili quindi nella sua fase generativa. Questo corredo congenito è perciò utile a garantire una verifica successiva della sua paternità, attestandone con certezza l’origine. Si tratta di metadati che non esistono per essere già funzionali alla sua ricercabilità, ma sono parte del DNA del documento e ne determinano le informazioni genetiche essenziali.

Cosa diversa è invece la fase di gestione documentale, che prevede l’aggiunta dei metadati propri della fase “attiva” del documento, ossia quelli della segnatura di protocollo. Questo corredo di informazioni è utile per garantire il vincolo archivistico, ossia il nesso documentale all’interno del contesto proprio del soggetto produttore, favorendone la ricercabilità e l’usabilità, preservandone la stessa autenticità all’interno del contesto documentale.

Intervengono poi solo in una terza e ultima fase - quella “di riposo” - i metadati previsti dallo standard UNI SinCRO che servono per garantire la storicizzazione del documento nel sistema di conservazione, garantendone il mantenimento del vincolo, la descrizione e la ricercabilità nel lungo periodo[10].

8. Cosa vuol dire (veramente) applicare le Linee Guida [arriba] 

In ogni caso, applicare oggi le Linee Guida in un ente pubblico (ma anche privato) è indispensabile per garantire effetti giuridici a processi documentali. Esse, infatti, definiscono, da una parte, le regole tecniche per garantire la forma scritta digitale e, quindi, per assicurare sicurezza, integrità, immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all'autore. Dall’altra parte – ed è sicuramente l’aspetto più importante delle stesse –cercano di porre le basi di una corretta fascicolazione informatica, onde concretizzare i principi del CAD contenuti nell’art. 41, dedicato appunto al procedimento amministrativo sviluppato utilizzando le tecnologie dell’informazione.

Si avverte finalmente una sana impostazione archivistica che mira a garantire in ambiente digitale il vincolo (collegamento funzionale) tra i diversi documenti prodotti o ricevuti dall’ente (e tra essi e il processo decisionale che li ha generati), superando quel monadismo documentale che ha gravemente pervaso in tutti questi anni la materia della digitalizzazione.

Purtroppo - non si può non sottolinearlo - l’allegato 5 delle Linee Guida dedicato ai metadati rimane debole e controverso, mettendo a nudo una impostazione della materia archivistica molto formale, ancora lontana dal contesto di riferimento dell’ente e dalla sua organizzazione pratica. L’allegato contiene una “somma di informazioni obbligatorie prive di contesto temporale e di finalità esplicite (non è chiaro chi, quando, come debba acquisire queste informazioni e gestirle sia all'interno del sistema documentale sia nelle successive - sottolineo successive - fasi di conservazione”.[11]

In realtà, l’importanza della metadatazione ai fini della ricercabilità del documento, come già sottolineato in precedenza, andrebbe riportata nell’alveo originario della gestione documentale e non della formazione del documento. Infatti, se per una pubblica amministrazione l’utilizzo dei metadati resta assolutamente indispensabile per gestire le operazioni di registrazione e di segnatura, quindi di classificazione (e di corretta formazione dell’archivio digitale), in ambito privato, al contrario, non vi è alcun obbligo di gestione documentale e l’utilizzo dei metadati, specie nell’attuale configurazione, rischia di rimanere solo un inutile e periglioso esercizio di stile, in una fase documentale, quella di formazione, dove l’importanza della metadatazione dovrebbe assolvere a finalità diverse e legate all’attestazione di autenticità dello stesso. Su questi punti la materia andrebbe senz’altro (e ulteriormente) riordinata, ma forse partendo non dalle regole tecniche, ma dalla disciplina generale contenuta nella legislazione ordinaria.

9. La vera rivoluzione contenuta nelle Linee Guida è fuori dalle Linee Guida [arriba] 

Le Linee Guida comunque costituiscono complessivamente un ottimo manuale pratico su come procedere nella digitalizzazione di un ente pubblico (o privato). La maggior parte delle critiche a esse rivolte, considerato che in molte parti hanno semplicemente ordinato la normativa precedente, evolvendola, sono sterili e dettate da una scarsa conoscenza della materia e delle sue (anche recenti) evoluzioni. La stessa metadatazione di cui tanti si lamentano oggi, era presente (in forma più embrionale) nelle vecchie regole (e negli allegati ad esse). Peraltro, nelle Linee Guida AgID viene ben esplicitato il ruolo dei conservatori dei documenti informatici e vengono correttamente riportate le implicazioni sulla protezione dei dati personali del processo di affidamento all’esterno, garantendo un collegamento sistematico con il GDPR[12]. Peccato che si sia stati poco coraggiosi nel difendere a livello europeo il ruolo dei fornitori[13] del servizio di conservazione, rischiando di causare oggi una involuzione dei requisiti tecnici e organizzativi raggiunti grazie all’esperienza dell’accreditamento (oggi purtroppo abrogato nel CAD)[14]. Si confida comunque nel ruolo - che deve essere autorevole e intransigente - di AgID per riportare l’esperienza sino ad oggi acquisita in ambito europeo.

Ma ciò che è veramente cambiato nella cogenza di queste normative tecniche è proprio il ruolo di AgID. Infatti, le ultime modifiche al CAD, introdotte con la legge n. 108 del 2021, attribuiscono all’Agenzia importanti poteri sanzionatori. Facciamo riferimento all’art. 18-bis del Codice, nel quale si prevedono in capo ad AgID poteri del tutto simili a quelli di Anac (Autorità Nazionale Anti corruzione).

10. Arrivano le sanzioni: il ruolo di AgID [arriba] 

In particolare, secondo l’art. 18-bis, l'AgID esercita poteri di vigilanza, verifica, controllo e monitoraggio sul rispetto delle disposizioni del Codice e di ogni altra norma in materia di innovazione tecnologica e digitalizzazione della pubblica amministrazione, ivi comprese quelle contenute nelle Linee guida e nel Piano triennale per l'informatica nella pubblica amministrazione e procede d'ufficio, ovvero su segnalazione del difensore civico digitale, all'accertamento delle relative violazioni da parte di tutti i soggetti pubblici. Nell'esercizio dei poteri di vigilanza, verifica, controllo e monitoraggio, l'AgID richiede e acquisisce presso tutti i soggetti pubblici, dati, documenti e ogni altra informazione strumentale e necessaria. La mancata ottemperanza alla richiesta di dati, documenti o informazioni ovvero la trasmissione di informazioni o dati parziali o non veritieri è punita (finalmente) con pesanti sanzioni. Le violazioni accertate dall'AgID, infatti, rilevano ai fini della misurazione e della valutazione della performance individuale dei dirigenti responsabili e comportano responsabilità dirigenziale e disciplinare ai sensi degli articoli 21 e 55 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. E, soprattutto, AgID, in caso di mancata ottemperanza alle sue richieste o in caso di accertate violazioni di diversi obblighi di transizione digitale da parte dei soggetti pubblici, può irrogare sanzioni amministrative pecuniarie nel minimo di euro 10.000 e nel massimo di euro 100.000.

Ottima notizia, se non fosse che AgID è continuamente sotto scacco politico, in una dimensione organizzativa depotenziata e non ha le risorse umane in grado di gestire il grande potere conferitole recentemente dalla normativa del CAD. Si ha la spiacevole sensazione che sia stato conferito un grande potere a un generale senza esercito in modo da mandarlo da solo in una guerra in cui nessuno crede davvero. Spero sinceramente che questa sia solo una nostra sensazione sbagliata.

11. Conclusioni [arriba] 

Tanto si è detto e tanto ci sarebbe da riferire ancora sulle Linee Guida e sui suoi allegati. A chi ci chiede oggi quale sia la strada da seguire e come “mettersi in regola” rispondiamo semplicemente che la strada è lunga e laboriosa e deve partire da un approccio che è necessariamente interdisciplinare.

Non sono gli strumenti tecnologici oggi a costituire il problema - anche se non si possono non guardare con attenzione (e preoccupazione) le odierne scelte tecnologiche a livello di sistema Paese[15] - ma sono le risorse umane e, quindi, le competenze da sviluppare. Purtroppo, questo ovvio concetto lo si ripete da troppo tempo, tanto che si rischierà di stancarsi di farlo, aprendo la strada a scorciatoie pericolose che potrebbero delegare a nuove forme di tecnocrazia, o meglio algocrazia[16], anche la gestione della nostra burocratica macchina amministrativa. E le scorciatoie non sempre garantiscono reali miglioramenti.

Il problema è che manca una formazione specifica e diffusa in grado di farlo comprendere agli amministratori pubblici.

 

 

Notas [arriba] 

[1] Francesca Cafiero, archivista - laureata in Beni Culturali, ha conseguito la specializzazione in Archivistica e Biblioteconomia (Università del Salento) culminando il suo percorso di studi presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. Ha scelto poi di coniugare la passione per carte e pergamene con le nuove frontiere del settore, indirizzandosi verso la cura degli archivi digitali completando sia il percorso del Master universitario di I livello FGCAD (Università degli Studi di Macerata), che il Mastercourse di ANORC. Iscritta all’Elenco dei “Professionisti della digitalizzazione” – Livello ADVANCED, tenuto da ANORC Professioni. Collabora attualmente come Archivista per lo Studio Legale Lisi, occupandosi di consulenza nei processi di governance digitale e documentale e redazione di articoli di settore. Parallelamente coordina il settore comunicazione della Digital & Law, in qualità di Responsabile della Comunicazione, collaborando con le Associazioni Nazionali ANORC e ANORC Professioni, delle quali cura l’aggiornamento costante.
[2] Andrea Lisi, avvocato - si occupa di diritto dell’informatica da oltre 15 anni. Oltre allo Studio Legale Lisi, coordina le realtà di Digital&Law e D&L NET. È il Presidente di ANORC Professioni e l'ideatore del DIG.eat. Riveste il ruolo di Direttore scientifico di numerosi Master e percorsi specialistici di settore, organizzati in collaborazione con Università ed Enti di Formazione nazionali. Collabora in tutta Italia con enti pubblici e aziende private, enti camerali, centri di ricerca, primarie società fornendo progettazione, formazione, assistenza e consulenza legale negli ambiti di privacy, sicurezza, servizi di archiviazione, conservazione digitale e fatturazione elettronica, e-business, contrattualistica, e-gov, e-health e diritto delle nuove tecnologie in generale.
[3] In realtà, a voler essere precisi, a livello normativo il CAD è stato preceduto prima dal D. Lgs. 39/1993, poi dalla legge Bassanini bis (legge n. 127/1997), quindi dal DPR 513/1998 e dal TUDA (DPR 445/2000), ma senz’altro il CAD ha conferito sistematicità e completezza alla materia o almeno ha cercato di garantirlo.
[4] Tarello, Introduzione teorica allo studio del diritto, Prime lezioni, IV ed., GENOVA, 1984.
[5] Le Linee Guida AgID sono reperibili al seguente URL: https://www.agid.gov. it/sites/default/fi les/repository_file s/linee_guida_sul _documento_infor matico.pdf
[6] Foglia L., Lisi A. (2020) “Conservazione dei documenti, ecco tutte le regole nelle linee guida Agid”, in Agendadigitale.eu - URL https://www.age ndadigitale .eu/documenti/conse rvazione-dei-documenti-ec co-tutte-le-regole -nelle-linee-guida- agid/
[7] All’interno di questa normativa generale e tecnica possono in realtà trovare conforto nella loro validità giuridica anche altre rappresentazioni informatiche sviluppate attraverso i nuovi strumenti della blockchain, dei registri distribuiti e degli smart contract, in attesa delle Linee Guida previste dall’art. 8-ter della legge 11 febbraio 2019, n. 12.
[8] Secondo l’art. 3 del Regolamento EiDAS (Reg. UE 910/2014) il documento elettronico è qualsiasi contenuto conservato in forma elettronica, in particolare testo o registrazione sonora, visiva o audiovisiva;
[9] Art. 20, comma 1-bis, CAD: “Il documento informatico soddisfa il requisito della forma scritta e ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del Codice civile quando vi è apposta una firma digitale, altro tipo di firma elettronica qualificata o una firma elettronica avanzata o, comunque, è formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’AgID ai sensi dell’articolo 71 con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore. In tutti gli altri casi, l’idoneità del documento informatico a soddisfare il requisito della forma scritta e il suo valore probatorio sono liberamente valutabili in giudizio, in relazione alle caratteristiche di sicurezza, integrità e immodificabilità. La data e l’ora di formazione del documento informatico sono opponibili ai terzi se apposte in conformità alle Linee guida”
[10] Si fa riferimento naturalmente alla norma UNI 11386 - Standard SInCRO - Supporto all'Interoperabilità nella Conservazione e nel Recupero degli Oggetti digitali.
[11] Mariella Guercio, intervento nel Gruppo Facebook Italian Digital Minions, in data 29 dicembre 2021.
[12] General Data Protection Regulation (Regolamento UE 679/2016).
[13] Foglia L. (2021) “Conservatori a norma, come cambia la certificazione Accredia e quando si rischia la revoca”, in Agendadigitale.eu – URL https://www.agendadigitale.eu/documenti/conservatori-a-norma-come-cambia-la-certificazione-accredia-e-quando-si-rischia-la-revoca/
[14] Conservazione dei documenti informatici: standard comuni e prospettive europee - URL https://www.youtube.com/watch?v=lBT-Y5Kgb3s
[15] Lisi A. (2021) “Per fare l’amministrazione digitale non bastano firme elettroniche, cloud e blockchain: ecco cosa serve”, in Agendadigitale.eu – URL https://www.agend adigitale.eu/doc umenti/per-fare-lam ministrazione-digit ale-non-bastano-firme-e lettroniche-cl oud-e-blockch ain-ecco-cosa-serve/
[16] Del Vecchio G. (2021) “Troppo potere ai padroni delle macchine. Siamo in piena algocrazia”, in Huffington Post – URL https://www.huffingtonpost.it/e ntry/troppo-potere-ai -padroni-d elle-macchine-siamo-in-pie na-algocraz ia_it_61c8d0cbe4b0d6 37ae8de471/